MFW – NYFW:
le collezioni A/I 2024.25
Ecco cosa abbiamo notato sulle passerelle
Qualcuno l’ha voluto definire ‘minimalismo espressivo’, perché all’essenzialità del guardaroba si è aggiunto un pizzico di brio, quello che di solito manca all’approccio ‘rigoroso’. Definizioni a parte, il genere che prevale in questa ultima tornata di sfilate, aldilà e al di qua dell’oceano, è un lusso discreto, silenzioso, caratterizzato da tinte piuttosto pacate ma da dettagli che, più o meno evidenti ma mai ostentati, conferiscono un tocco ‘altro’ al look e all’intera collezione, come quando a un piatto si aggiunge una particolare spezia. Sarà così Rigore Apparente, una severità smussata agli angoli, una pulizia con qualche intenzionale sbavatura. Con il sartoriale quasi sempre di base, in equilibrio tra maschile e femminile, sono i contrasti materici, l’espressività di volant, ruche e drappeggi, i mille volti e usi della maglieria, la ricercatezza dei ricami, a conferire movimento e brio a un trend che odia il chiasso e l’ostentazione e vuole restare sobrio.
Stesso tocco classico e sofisticato per Retro Chic, con la particolarità di un’allure da diva d’altri tempi, a volte lontanissimi, come i primi decenni del ’900. Naturalmente riletto in chiave personale dai brand interessati, il mood punta sempre sul sartoriale, quindi cappotti, blazer e completi dai tessuti corposi e di alta qualità, abbinati o alternati a materiali eterei, spesso da lingerie, con tagli midi, pezzi bon ton da signorina perbene in tonalità sommesse come i grigi e le scale di beige. Ma, ci chiediamo, esiste una crepa, un’opposizione a questo fronte comune e piuttosto omogeneo di minimalismo imperante che a tratti può suonare un tantino noioso? Probabilmente sì. Ci sono coloro che non rinunciano allo Storytelling ovvero l’arte di raccontare storie, traducendole in mise teatrali, visionarie, ricche di orpelli, che siano stampe, decorazioni, accessori e con una palette cromatica accesa, non troppo ma più intensa dei neutri a cui i brand ci stanno assuefando. Dietro queste collezioni c’è un immaginario che dà libertà di stile ed espressione, una sorta di lasciapassare che permette di uscire dal tracciato e lasciarsi andare, almeno un po’. Parlare di massimalismo forse è esagerato ma è abbastanza per far venire nostalgia di quando la moda era pazza e colorata, magari meno portabile ma in grado di produrre sogni ed entusiasmi.
Rigore Apparente
Stare con il freno a mano della fantasia tirato non significa non concedersi qualche guizzo, qualche frivolezza, soprattutto se è parte del DNA del proprio marchio.
Così fa Alberta Ferretti che rinnova la storia da cui nasce con una collezione in cui capi maschili e tessuti corposi trovano contrappunto nell’evanescenza di chiffon e pizzo, nello scintillio di ricami e paillette. Un giusto equilibrio tra tailoring e vezzo femminile, tra solidità e leggerezza, in un racconto di opposti che si completano alla perfezione.
Uniformi urbane rilette in chiave folk, in questo caso quello svizzero di casa Bally; il classico rigoroso incontra il misticismo pastorale, quindi succede che coat e completi vengano tradotti in stile ‘loden’, e le camicie da ufficio si abbinino a longuette con spacchi o tempestate di dettagli luminosi.
Capi classici, ‘convenzionali’, portati in modo non convenzionale, è questo che rende la passerella di Fendi così accattivante; un tailleur severo ammorbidito da un coprispalla in maglia, un completo maschile sovrapposto da un pull a V con maniche tagliate, soprabiti e cappotti lineari abbinati a mini-abiti con cappuccio incorporato e cuissard dai colori a contrasto.
Esce dall’ordinario la sartorialità di Sabato De Sarno per Gucci; anche qui, dietro l’apparente formalità, si nascondono sorprese capaci di trasformare pure i look più basici. Allora il cappotto maschile over si abbottona sul retro e/o si illumina di cristalli e ricami luminosi o, ancora, si porta con intimo a vista e diafani slip-dress, i tailleur mantengono struttura ma si fanno micro e dai colori inediti, il tutto accompagnato dagli iconici stivali da cavallerizza, cuissard e mocassini con plateau.
Il mondo scintillante dell’upper class newyorchese fa da sfondo alla collezione di Massimo Giorgetti per il suo MSGM che s’ispira ai ‘cigni’ di Truman Capote. Ciò che sfila in passerella è un guardaroba bon ton fatto di completi strutturati, cappotti over, bluse con gonne mini o lunghe, insomma capi basici dalle linee pulite ma su cui spiccano dettagli e frill ‘sparkling’: colli, zip e/o bande a contrasto, superfici verniciate, inserti di finta pelliccia.
Retro Chic
Le epoche passate sono una fonte inesauribile di ispirazione, non c’è da stupirsi che tornino e ritornino sulle passerelle.
Per Michael Kors sono gli anni ’30, il periodo del matrimonio dei suoi nonni ritratti in una foto, da cui il designer prende spunto per la sua ultima collezione. La sartorialità scultorea di quegli anni rivive nei completi e nei cappotti con spalle importanti ma anche nei dettagli femminili come colli, stole e inserti di finta pelliccia, cinture che enfatizzano la vita, pizzi e paillette sui look da sera.
Il rigore che incontra il surrealismo del primo dopoguerra è il trait d’union della collezione di Ferragamo; per raccontarlo, Maximilian Davis sceglie un sartoriale imponente, fatto di coat e cappe avvolgenti e di giacche dalle maxi-spalle, abbinati ad abiti fluidi, diafani, spesso trasparenti e/o con vita bassa.
L’intrepida Colette, spregiudicata e sensuale, rivive nei look di Max Mara, a partire dalla silhouette ovoidale anni ’10 dei lunghi cappotti, fino alle forme geometriche degli abiti tempestati di cristalli. E poi quel mixare maschile e femminile, il rigore delle linee e dei dettagli d’ispirazione giapponese, come la fascia in maglia che sostituisce la cintura a mo’ di obi o lo stile a kimono dei capispalla.
Lorenzo Serafini per Philosophy omaggia le donne di Hitchcock, quindi più decadi che vanno dai ’40 ai ’60; i soprabiti a uovo come quelli di Kim Novak e Grace Kelly, qui anche in versione vinilica, le gonne a portafoglio di Janet Leigh, il raso brillante di Tippi Hedren, le giacche sagomate che hanno portato più o meno tutte le protagoniste dei suoi film. Accanto alle sfumature più tenui, tipiche di quel periodo, colori più decisi, quasi fluo e tanto verde Technicolor.
Ed è un intreccio di epoche diverse la collezione di Prada pensata da Miuccia assieme al co-direttore creativo Raf Simons, perché, come afferma quest’ultimo, “possiamo costruire il futuro solo se conosciamo il passato”. Su una silhouette allungata, complici copricapo verticali, sfilano completi sartoriali con giacche lunghe e strutturate e gonne midi, abiti leggiadri in stile anni ’20, coat dalle spalle over, cardigan bon ton su longuette, insomma un susseguirsi di decadi e stili, una rilettura di ‘come eravamo’ per ricordarci dove siamo diretti.
Storytelling
Fino a poche stagioni fa, osare era ancora di moda; sembrava che i designer facessero quasi a gara per ‘brillare’ di più, con collezioni ricche, non solo di orpelli ma anche di storie. Ora è tutto un sottrarre, ma c’è chi resiste, non solo perché un po’ di ornamento ce l’ha nel DNA ma anche perché ama ‘ricamarci su’.
Come Anna Sui, sempre colorata, sempre ‘folkloristica’, col suo amore per il vintage, qui intriso di grunge e di Miss Marple, l’eroina di Agatha Christie. Una fusione di stili e di capi, kilt portati sopra ampi cargo, lingerie vintage tinta a mano abbinata alla maglieria e poi copricapo, calzettoni a rombi, foulard e guanti lunghi, un po’ di brio, insomma.
Abile narratore di storie, Antonio Marras porta in passerella Eleonora d’Arborea, emancipata e ribelle sovrana sarda, vestita di tessuti che mixano moda locale e cultura celtica. Ecco perché i damaschi e i broccati si alternano a check, pied-de-poule e argyle, mentre la leggerezza del voile si contrappone a elementi strutturati come cappe, corsetti, copricapo e gorgiere.
Dietro la collezione di Del Core c’è la metamorfosi degli insetti, con la maglieria protagonista a rappresentare gusci protettivi sotto forma di cappucci, colli, frange, insieme a bustier con zip regolabili per svelare o meno il proprio corpo. E poi ecco gli abiti con le stampe provenienti da immagini del mondo dell’entomologia, arricchiti di ruche e volant, la leggerezza dopo la pesantezza della corazza.
Un immaginario onirico legato a una caccia al tesoro sottomarina; le creature di Etro si avventurano negli abissi, flessuose e lussureggianti di ricami sontuosi e stampe paisley distribuiti su long dress asimmetrici e drappeggiati come su completi, bluse e coat, la maglieria interviene corposa, forme sinuose si alternano a volumi ampi o fluidi e i colori intensi confermano il mood massimale e prezioso.
Marmorea proprio di fatto, la collezione di Fausto Puglisi per Roberto Cavalli è, appunto, un omaggio al materiale che rappresenta il lusso, la tradizione e la maestria artigianale. Sui primi abiti, cappotti e completi, spiccano le venature bianconero, con qualche tocco dorato, che richiamano il marmo di Carrara, poi arrivano il porpora, il bordeaux, il giallo e il verde, su mise che continuano a esaltare le forme e la seduzione femminili.