Secoli Fashion Show 2025: faccia a faccia con Ilaria Pansera
Intervista al talento emergente del panorama moda
Chi è Ilaria Pansera e quali sono le sue passioni?
Sono nata a Brescia nel 2000, da venticinque anni protagonista di una storia piuttosto semplice, fatta di piccole cose che però, da sempre, hanno avuto un grande significato. Fin da bambina ho avuto una sensibilità particolare per ciò che definiamo ‘sentito’: oggetti, luoghi, gesti quotidiani — tutto mi ha parlato e a fronte di tale sentire ho da sempre desiderato dare voce a queste sensazioni. Il mio passato non lo definirei ricco di colpi di scena: ciò che però ha costellato la mia infanzia è stata la costante presenza di coloro che mi hanno lasciata libera di esplorare ciò che mi emozionava davvero. Dopo le scuole superiori ho cominciato a percorrere strade che potessero nutrire la mia creatività; attraverso momenti di pausa e deviazione ho capito che avevo bisogno di un mezzo per raccontare. La moda, più di altre forme espressive, mi ha dato la possibilità di trasformare quell’emotività in gesto e quel sentire in materia. È lì che ho trovato il mio spazio.
Cosa ti ha spinto a voler far diventare questa tua passione un lavoro e quindi a scegliere questo percorso di studi in particolare presso l’Istituto Secoli?
Credo fermamente che le passioni autentiche, presto o tardi, trovino il modo di emergere. Per molto tempo ho racchiuso il mio estro nei confini personali dell’intimità, senza l’assoluta necessità di vederlo tramutato in ‘mestiere’. Il ‘fare moda’ è arrivato quasi silenziosamente, senza pretese. In un preciso periodo della mia vita ho sentito il bisogno di riorganizzarmi, decidendo di proseguire il mio cammino su strade lontane dal monotono percorso universitario ‘pre-impostato’, quasi obbligato, al termine delle scuole superiori. Grazie ad un amico di famiglia ho scoperto l’Istituto Secoli. A colpirmi è stata l’impronta tecnica e concreta con la quale il concept della moda è presentato agli studenti: nulla si mostra avvolto da aloni misteriosi e nulla appare distante dalla sua reale concretizzazione. Il bisogno di apprendere un nuovo linguaggio mi ha portato a conoscere il design, tramite il quale mano e pensiero possono unirsi per produrre tecnica e emozione.
Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato durante il percorso per creare una tua prima collezione?
Quando ho iniziato a lavorare alla mia collezione pensavo che la parte più complicata sarebbe stata quella tecnica: scegliere i tessuti giusti, far combaciare i cartamodelli, gestire i tempi e i prototipi. E invece no. La vera sfida è stata rimanere fedele a me stessa. Nella mia mente abitava un mondo delicato, legato all’infanzia e a quegli oggetti semplici capaci di trasformarsi in ricordi potenti. Ma tradurre questo in abiti senza scivolare nel concetto di ‘infantile’, quasi banalizzandolo, si è rivelato difficile. Spesso mi sono chiesta se ciò che stavo creando fosse comprensibile a prescindere dalla forte influenza autobiografica che lo contraddistingue: ho però poi capito che non tutto necessita di essere spiegato. Alcune emozioni vivono semplicemente in funzione di ciò che evocano ed accettare che l’imperfezione faccia parte del processo creativo è l’ingrediente imprescindibile.
Quali prospettive vedi per il tuo ingresso professionale nel mondo della moda?
Non ho un piano preciso e forse non voglio nemmeno averne uno. Quello che so per certo è che desidero rimanere vicina a un modo di fare moda che abbia un senso, che racconti storie, che accolga e che si ricordi delle persone. Mi piacerebbe collaborare con realtà che, piccole o grandi, siano autentiche. Non inseguo la velocità né la visibilità a tutti i costi. Vorrei avere il tempo di crescere con consapevolezza. Se riuscirò a portare almeno un frammento di questo nel mio lavoro, allora saprò di aver scelto la strada giusta.