Eco-Tessuti
L’impegno della moda per l’ambiente
La moda dei tessuti sostenibili non è più una tendenza stagionale destinata al dimenticatoio ma un’onda inarrestabile che fa presa su di un numero sempre maggiore di aziende, marchi e designer. Se si volesse fare un paragone, si potrebbe chiamare in causa il movimento Fridays For Future di Greta Thunberg che cresce raccogliendo sempre più consensi, con le sorti del nostro pianeta nella testa e nel cuore. L’industria della moda, una delle maggiori responsabili del pesante inquinamento ambientale globale, parallelamente alla discesa in campo di milioni di giovani in tutto il mondo, firma atti costitutivi, come il ‘Fashion Industry Charter for Climate Action’ di Katowice, mirato a ridurre l’impatto dell’intera filiera; si riunisce insieme ai potenti della Terra, come lo scorso agosto a Biarritz per firmare il ‘Fashion Pact’; partecipa a conferenze e tavole rotonde per studiare soluzioni, come sta facendo il gruppo del lusso Kering nella persona di François-Henri Pinault, incaricato dal presidente francese Emmanuel Macron di creare una ‘coalizione’ di CEO e di aziende top del settore con lo scopo di fissare obiettivi di sostenibilità. Oppure si allea con i giganti del web, come ha fatto Stella McCartney, entrata in partnership con Google per misurare l’impatto ambientale dell’industria della moda attraverso uno strumento che utilizza l’analisi dei dati e l’apprendimento automatico su Google Cloud, allo scopo di offrire ai marchi una visione più completa della propria catena di fornitura, in particolare a livello di produzione delle materie prime. Materie prime, appunto. Materiali, tessuti, tutto ciò che va a comporre un abito o un accessorio e che, sia in fase di produzione sia di smaltimento, lascia e lascerà un’impronta sul nostro pianeta. Complice la tecnologia, le aziende studiano soluzioni sempre più innovative che sostituiscano i sintetici ma anche il cotone che, se non organico, richiede per la sua coltivazione un’ingente quantità di acqua e il ricorso a pesticidi e fertilizzanti. L’utilizzo di materiali alternativi permette inoltre di ridurre il consumo idrico e di energia e di ricorrere, in certi casi, al recupero di scarti tessili.
F-ABRIC by Freitag
Sono stati realizzati proprio per trovare una valida alternativa al cotone, i F-ABRIC del marchio svizzero Freitag che, dopo una fase di sviluppo e anni di test, ha lanciato la propria linea di abbigliamento in fibre vegetali ovvero lino, canapa e Modal®. Noto per gli accessori realizzati con i vecchi teloni dei camion, il brand dei fratelli Freitag ha accettato la sfida del tessile sostenibile puntando sulle fibre ‘liberiane’ ovvero quelle fibre ricavate dal libro, cioè dalla struttura anatomica del fusto della pianta. Lino e canapa, antichi come il mondo, sono robusti e insieme rinfrescanti e la loro coltivazione non richiede molta acqua e pochi, se non zero, pesticidi. Ad essi si aggiunge il Modal®, fibra sì prodotta sinteticamente ma di origine naturale, che vanta caratteristiche simili a quelle del cotone. La materia prima da cui si ricava la cellulosa sono i trucioli di legno di faggio: essi vengono dapprima disciolti nell’acido, la cellulosa estratta viene poi ridotta ad una polpa di viscosa e infine filata. Il connubio tra lino e canapa ha dato vita ai F-ABRIC utilizzati per i jeans, le camicie da lavoro, i pantaloni, mentre con l’aggiunta del Modal® sono stati realizzati il jersey per la maglieria e la stoffa per le fodere. Anche il percorso di trasformazione dalle fibre al prodotto finito avviene in un raggio di 2500 km dalla sede di Zurigo, coinvolgendo l’eccellenza di manifatture tessili lombarde e toscane. E una volta arrivati a fine vita, i capi in F-ABRIC non finiranno nell’immondizia ma nella compostiera, in quanto biodegradabili al 100%, filo delle cuciture e cimose inclusi. E così “il capo ritorna a essere nutrimento per nuove materie prime e il (ri)ciclo ricomincia”.
La ‘Peace Silk’
Tessile eco-sostenibile fa rima anche con cruelty-free nel rispetto degli animali e del loro benessere, quindi non solo faux-fur e pelle vegana ma anche ‘Peace Silk’ ovvero seta non violenta o seta ahimsa, come la chiamano in India. Rispetto alla seta tradizionale, la cui produzione prevede l’uccisione dei bachi, quella non violenta è ricavata da bozzoli in cui si consente alla larva di completare la metamorfosi e di trasformarsi in farfalla. Nell’uscire dal bozzolo, la farfalla deve praticare un foro che taglia il filo in piccoli pezzi, rendendolo, durante la filatura, più spesso e irregolare, quindi meno morbido al tatto ma comunque prezioso e ricercato. Grande estimatore della Peace Silk è l’eco-designer Tiziano Guardini che nella sua ultima collezione ‘Atlantis’ è tornato ad utilizzare il tessuto, in collaborazione con la storica tessitura comasca Mantero. L’azienda ha per la prima volta sperimentato, su precisa richiesta di Guardini, una stampa a lavorazione a quadro certificata Global Organic Textile Standard (GOTS) ovvero l’attestazione dell’utilizzo di criteri di natura ecologica e sociale dell’intera filiera di produzione tessile. Oltre alla collaborazione con il designer per una moda etica, Mantero persegue i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile elencati nell’Agenda 2030, il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU.
Ancora denim ma riciclato
E non si può non tornare a parlare di denim, sia perché è forse il tessuto più evergreen e inter-stagionale di sempre, sia perché la sua produzione e lavorazione è una delle più impattanti a livello ambientale, quindi renderlo il più possibile ecologico è una bella sfida che sempre più aziende e marchi raccolgono. In questo senso l’impegno del gigante mondiale del denim ISKO è costante; l’ultima innovazione, che è anche la più rivoluzionaria, è R-TWO™, base per la collezione tessuti P/E 2021. Progettata per ridurre scarti e sprechi, R-TWO™ è un mix di cotone riutilizzato certificato e di poliestere riciclato certificato; il primo proviene dalla lavorazione del cotone grezzo in filato, quello che altrimenti andrebbe perso, mentre il secondo dalle bottiglie di plastica trasparente o, in alternativa, da altri rifiuti certificati: in entrambi i casi il materiale di partenza viene raccolto, ordinato, privato di tappi ed etichette e pulito. Questo materiale viene poi macinato in granuli di plastica e risintonizzato in nuovi filamenti di fibre, che vengono poi miscelati con il cotone riutilizzato. E a proposito di denim riciclato, c’è chi raccoglie vecchi jeans per realizzare un filato rigenerato, usato per creare maglioncini da mezza stagione. Si tratta di Rifò, azienda del distretto pratese che realizza collezioni in lana e cachemire rigenerati e che, dopo mesi di studi e ricerche, ha lanciato anche una linea in denim, appunto. La maglieria in questione è fatta con un filato derivato al 100% da denim riciclato e rigenerato composto al 95% da cotone e il restante 5% dalle fibre delle cuciture. Oltre a provenire dal recupero, il filato non viene sottoposto alla fase di ri-tintura, così, oltre a evitare sprechi di energia, acqua e l’uso di prodotti chimici, ogni pezzo è unico e inimitabile, con tonalità che vanno dal denim chiaro a quello scuro. Il primo maglioncino lanciato è stato quello per la Primavera/Estate che ha un peso di circa 290 grammi, cui è seguita una versione più pesante per l’Autunno/Inverno.